Storia Ebraica di Casa San Giuseppe / 2
Questa era già una sorpresa: le tre donne non sembravano proprio delle «randagie» consuete. La grossa sorpresa si ebbe dopo che la polizia se ne fu andata. Le tre signore scoppiavano in lacrime. Santo Cielo, perché mai? Qual era la ragione di tanto dolore?
Tra i singhiozzi, le poverette spiegarono a Sorella Lina la loro infelice situazione: erano ebree; e con i mariti stavano per passare clandestinamente il confine e raggiungere la Svizzera, allorché erano stati scoperti ed arrestati – mentre l’intero loro bagaglio veniva sequestrato. Adesso erano lì, con i soli indumenti che indossavano, sprovviste di tutto. I mariti erano stati incarcerati e su tutti pesava la certezza di una ben tragica sorte. Sarebbero stati avviati in Germania, nei campi di concentramento, ed uccisi.
Sorella Lina e Monsignor Sonzini prendono un'iniziativa
Sorella Lina provvide ad avvertire immediatamente il Padre, che accorse ardente di pietà, di carità, di sollecitudine. «Bisogna aiutarle», disse subito. Come, però? Era un problema tutto nuovo che gli si presentava, ed alla sprovvista.
La polizia aveva ordinato che le tre donne con i figli non uscissero. «Potete però scrivere, se lo desiderate, a qualcuno. Noi penseremo a far recapitare le lettere», propose Monsignor Sonzini. Mentre si svolgeva questa conversazione, i bambini guardavano affascinati la Croce che pendeva dal collo di Sorella Lina. Ad un tratto uno di essi chiese alla signora dall’aspetto matronale: «Nonna, che cos’è?», indicando il Crocifisso. E la nonna: «È la loro religione…». Le poverette erano anche indisposte, avevano un forte raffreddore che faceva preludere una buona bronchite o peggio.
«Occorre aiutarle», disse ancora il Padre, «ed in fretta». Purtroppo non vi fu il tempo materiale per organizzare alcunché. Il pomeriggio del giorno dopo si fermava davanti al portone di via Griffi un camion militare dal quale saltava giù una giovane donna in pantaloni, dall’aria prepotente. A Sorella Lina si strinse dolorosamente il cuore: la ragazza, di nome Susanna, era una ex-domestica, già loro ospite allorché, dall’Altoatesino, era arrivata a Varese in cerca di lavoro.
«Dove sono le ebree?», chiese con durezza. Nel trambusto Sorella Lina fece un tentativo per trattenere almeno la bambina, aiutata dalla povera madre. Fu inutile. La «tremenda» Susanna, accortasi della manovra, la stornò con mala grazia: «Non facciamo scherzi, sorelle», disse. Caricate con durezza sul camion, le poverette lanciavano ancora alle Sorelle sguardi imploranti – mentre i bambini, sbigottiti, cercavano riparo tra le braccia materne. Di loro, di cui in Casa San Giuseppe non vi era stato il tempo neppure per conoscere i nomi, non si seppe più nulla. Fu una prima esperienza dolorosissima che, però, doveva recare i suoi frutti: l’occasione per coglierne il primo non doveva tardare.
«O passa questa guerra o passo io...!»
Una sera, arrivando in via Griffi per la consueta visita definibile «da Compieta», in quanto si concludeva sempre con le preghiere in Cappella, Monsignor Sonzini si trovò davanti una scena estremamente dolorosa. In un locale interno dell’edificio, in seguito adibito a refettorio delle Suore, c’erano due donne in lacrime ed un bambino spaventato.
Sorella Lina, che aveva già avuto le confidenze delle poverette, spiegò al Padre di cosa si trattava. Erano due ebree, però la madre ed il bambino erano di religione cattolica – la donna convertita da tempo, sposa di un cattolico di razza ariana che, nonostante questo, era stato arrestato e incarcerato. Monsignore fu accolto con il grido straziante della madre: «Ci porteranno in campo di concentramento e ci fucileranno!».
Il piccolo chiese: «Mamma, ci devono fucilare?». «No, no», si corresse la poveretta, «non noi, altra gente…», e disse nomi a caso mentre il bambino si rasserenava immediatamente.
«Cogli innocenti c’è sempre Dio che li sorregge e l’Angelo Custode che li difende sottraendo loro la visione terrificante di qualunque triste sorte possa loro toccare» è il commento del Nostro a questo proposito («Luce!», 18.5.45). «Io non ne potevo più», confessò subito dopo Monsignor Sonzini . Eppure era solo l’inizio della lunga operazione clandestina che, ad un certo punto, gli farà esclamare, rivolto a Sorella Lina: «O passa questa guerra, o passo io…», tanto soffriva per le altrui sofferenze.
Si passa all'azione
La sera successiva al suo primo incontro con le due donne ed il piccino, Egli – giungendo in Casa – disse ad una delle Sorelle: «Fa’ scendere la sposa col bambino». Insieme, scende al pianterreno anche l’altra donna di razza e di religione ebraica: tutti, dietro al Padre, entrano in Cappella. Monsignore prende tra le braccia il bambino, si avvicina all’altare e vi fa sedere il piccolo – chiedendogli, mentre gli addita il Tabernacolo: «Sai chi c’è dentro?».«Il Bambino», risponde il piccolo.
«La mamma», racconta il Nostro, «non aveva creduto di farsi meglio comprendere dal suo figliolo che insegnandogli essere, nel tabernacolo, il Bambino Gesù. Io gli prendo allora la mano, gliel’accosto alla porticina e gli dico: “Adesso ripeti con me: Signore, se tu vuoi puoi salvarmi e salvare anche la mamma e il papà”. Quel caro angioletto ripete le mie parole guardando insieme la mamma. Questa piange con sussulti angosciosi: l’amica sua sviene».
Ma, nel cadere svenuta, la donna – che aveva un arto di legno – fece molto fracasso e trascinò con sé anche un simulacro. Fu un istante davvero drammatico nella mistica cappellino dedicata a San Giuseppe: la giovane madre singhiozzante, il bambino sbalordito e tremante, l’altra donna stesa al suolo priva di sensi, il Padre che aveva ancora tra le braccia il piccino, commosso, le Sorelle emozionate, ma ciò nonostante pronte a recare l’assistenza richiesta.