Varese – 23 marzo 1994
1. Mons. Luigi Oldani, il 1° marzo 1957, nel trigesimo della morte di don Carlo Sonzini affermava: «Chi scriverà la storia religiosa di Varese di questi ultimi quarant’anni dovrà certo fermarsi a considerare la figura di questo uomo che, come formatore di coscienze, come giornalista ha veramente tracciato un solco profondo…. La fede gli diede il sorriso del santo, la fortezza dell’apostolo, la costanza del confessore».
2. Ora siamo qui per certi versi a suggellare queste parole, mentre diamo conclusione solenne alla fase diocesana del processo canonico in vista della canonizzazione del Servo di Dio, mons. Carlo Sonzini.
Lo avevamo iniziato ufficialmente il 18 gennaio 1991, in concomitanza con l’apertura di un altro processo di canonizzazione, quello di Marcello Candia. Queste due figure hanno camminato insieme in questi tre anni ed ora a poca distanza tra loro (ho concluso il processo di Marcello Candia lo scorso 8 febbraio) insieme arrivano alla loro conclusione.
3. Voglio prima di tutto esprimere i miei sentiti ringraziamenti. In primo luogo a mons. Riccardo Pezzoni, che, oltre all’impegnativo ministero di prevosto di questa città di Varese, si è caricato del non meno esigente impegno di mio delegato nella raccolta delle testimonianze sulla vita, le virtù, la fama di santità in specie e le grazie in genere del Servo di Dio, mons. Carlo Sonzini. Il suo è stato un compito, che chiedeva equilibrio, fine capacità di discernimento, obiettività e passione insieme, perché occorre da una parte amare la santità, soprattutto quando la si vede incarnata in alcune persone; e dall’altra parte occorre quella non diffusa capacità di comprendere le persone (i testimoni che vengono interrogati), per valutarne l’obiettività e far emergere dalle loro parole, spesso emozionale, quanto occorre per individuare la figura spirituale del Servo di Dio.
4. Fortunatamente la Chiesa vuole che il Delegato Arcivescovile sia assistito in questo delicato compito da un sacerdote, non meno eminente per sapienza, dottrina e virti). Questo compito di «promotore di giustizia», questo il suo impegnativo titolo, è stato assolto in questo processo da mons. Adriano Caprioli, che ringrazio di cuore, anche perché ha dato così ulteriore prova di quella disponibilità e competenza che sono luminosamente emerse nel suo compito di direttore dell’Istituto Superiore di Studi Religiosi di Villa Cagnola in Gazzada e che vedo spiegarsi così bene nel suo ancora incipiente ministero di prevosto di Legnano.
5. Voglio poi ringraziare, come si conviene, le persone, che nello svolgimento di un processo di canonizzazione, hanno i compiti più operativi e gravosi, spesso nascosti, ma essenziali, perché su loro poggia l’istruzione e la corretta impostazione della forma processuale o canonica. Mi è grato, pertanto, esprimere un particolare e sentito ringraziamento al Notaio Guglielmo Piatti, che con generosa dedizione e sincera cordialità, ha prestato la sua apprezzata competenza, coadiuvato da suor Rosanna Saporiti delle figlie di don Sonzini. Mentre ringrazio anche lei, debbo dire che è stata certamente fortunata a poter seguire cosi da vicino la figura del suo fondatore e mi auguro che ciò possa essere per lei di stimolo e di incoraggiamento, per trasfondere nelle sue consorelle quell’arricchimento spirituale che si ha certamente durante un processo canonico, quando si accostano figure di santità, che hanno lasciato una così singolare memoria nelle persone, da spingere la Chiesa ad interrogarsi sulla loro vita e le loro virtù.
6. Dopo aver ringraziato, nasce spontanea in questi casi una domanda che chiede una doverosa risposta.
Cosa succederà di tutto il materiale, raccolto e compulsato da queste persone, nel corso di questi anni? Quale il motivo dell’interogatorio di sessantasei testimoni espressivi delle diverse realtà ecclesiali (due vescovi, nove sacerdoti, quindici religiose, quaranta laici)?
I documenti e le testimonianze saranno ora portati presso la Congregazione delle Cause dei Santi in Roma, dove saranno sottoposte ad un nuovo ed attento esame e si esprimerà una seconda e decisiva valutazione sulla figura spirituale di mons. Sonzini. È bello poter rilevare questa collaborazione tra la nostra Chiesa ambrosiana e la Santa Sede, che insieme cercano di comprendere se don Sonzini sia tra quei molti che Dio «in ogni epoca … sceglie… affinché, seguendo più da vicino l’esempio di Cristo, … diano fulgida testimonianza del regno dei cieli» (Divinus Perfectionis Magister 1: EV 8, 545).
Noi, dunque, non siamo qui a dichiarare santo o beato mons. Carlo Sonzini, ma solo a dichiarare che si è conclusa una prima fase del lungo itinerario che conduce alla canonizzazione, quella per cui la nostra diocesi si affida all’autorevole discernimento della Santa Sede, del Papa, perché egli, valutando quando da noi raccolto, stabilisca se don Carlo sia da iscrivere nell’Albo dei beati e santi della Chiesa.
7. Non è cosa da poco quella che è stata compiuta. Anzi è tappa essenziale, seppure non esaustiva. Noi non conosciamo e forse non vedremo il cammino futuro di questa processo, dato che la Chiesa cattolica è giustamente oculata nell’individuare le caratteristiche della santità dei suoi figli.
Certamente, comunque, un frutto ci è già stato offerto. Mons. Carlo Sonzini ci lascia un messaggio, proprio attraverso la fama di santità che lo ha circondato e le testimonianze che, a prova di ciò, sono state raccolte.
8. Un primo messaggio egli lo lascia ai preti. Don Carlo il 9 gennaio 1902 entrò nella Congregazione degli Oblati di san Carlo, formata da quei preti che, facendo voto di obbedienza senza incertezze al vescovo, intendevano esprimere la loro ferma volontà di dedicarsi con intensità particolare, totalmente e senza riserva al servizio della Chiesa ambrosiana. Era, in altre parole, l’impegno a perseguire la santità nell’esercizio della carità pastorale. Su questi preti confidò il beato cardinale Ferrari pochi mesi dopo (2-4 settembre 1902), quando convocò il suo primo sinodo diocesano, il primo dopo un’interruzione di 215 anni.
Lo stesso frutto di rinnovamento mi attendo dal nostro attuale sinodo 47° per i preti della nostra diocesi; un impegno fatto del tradizionale zelo, dell’assiduo ascolto della Parola, della capacità progettuale, che coniuga coraggio e fantasia. Lo chiedo in particolare oggi all’intercessione di questo zelante sacerdote.
Il secondo messaggio che raccolgo da mons. Sonzini e che vorrei trasmettere è per le «Ancelle di san Giuseppe», che iniziavano il loro cammino proprio sessant’anni fa, quando il 17 settembre 1934 veniva accolta in via Griffi la prima ospite, di un’opera che ha varcato gli oceani, se pensiamo alla casa di accoglienza che queste suore hanno aperto a Città del Guatemala, attuando cosi il fine che un altro Servo di Dio, il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, affidava alla nascente Congregazione nel 1951: «l’assistenza alle giovani e alle donne che prestano nei grandi centri urbani la loro opera. .….. in modo da provvedere per quanto è possibile alle loro necessità economiche e soprattutto al tenore di vita morale e cristiana».
Questo fine, però, non è meramente assistenziale. Più profondamente è catechistico. Vorrei riaffidare alle ancelle di san Giuseppe l’intuizione del loro fondatore, che il 26 luglio 1938 scriveva al cardinale Schuster: «Le buone figliuole .. che fanno da assistenti alla Casa S. Giuseppe, mentre vivono una vita da perfette religiose in grande carità e umiltà, debbono specializzarsi nello studio del Catechismo e della Storia Sacra. … (cosi da essere) delle vere Apostole del Catechismo».
Vi auguro, care sorelle, di mantenere sempre vivo questo zelo per l’annuncio del Vangelo, soprattutto tra le persone più umili, tra coloro che si affacciano come immigrati alla nostra società: vedano in voi delle amiche che per amore del Signore si fanno vicine e solidali.
10. L’ultimo messaggio che vorrei raccogliere ed affidare è quello che ci lascia l’intensa attività di giornalista svolta da mons. Sonzini. Egli operò in tempi notoriamente difficili, dove era troppo facile piegare la verità alla propaganda, rivestendola dei caratteri della notizia. Sappiamo che con l’ardore tipico dell’epoca egli affermò che «il giornalista cattolico deve essere apostolo», e per essere tale «non si deve occupare soltanto della vita religiosa, ma anche di quella civile e di tutte le questioni interessanti la prosperità e l’avvenire dei nostri paesi».
Ho volutamente raccolto queste espressioni, astraendole dal loro contesto, che inevitabilmente risente delle condizioni sociali e politiche del tempo, per far balzare alla luce l’intuizione ancora attuale di mons. Sonzini sull’importanza dei mass media.
È quella stessa che mi spingeva a dedicare la mia lettera pastorale per l’anno 1991-92, Il lembo del mantello, ad un riflessione sui mezzi di comunicazione, poiché, dicevo: «I mass media, nella varietà dei linguaggi da essi usati …sono tende potenziali in cui il Verbo non disdegna di abitare, lembi del suo mantello, attraverso cui può passare la sua potenza salvifica».
Prego perché non abbiamo a smarrire questa fiducia nelle potenzialità dell’uomo contemporaneo. Fiducia che nasce dalla certezza di essere sempre sostenuti dalla grazia del Signore.
Fiducia che nasce con la preghiera. Quella stessa che feci concludendo la mia lettera pastorale e che voglio qui in parte ripetere, affidandola anche all’intercessione di mons. Sonzini:
Fa’, o Signore,
che le antenne e i campanili sappiano dialogare tra loro.
Aiuta la tua Chiesa a essere il popolo del dialogo,
capace di dire e di praticare la comunicazione
al suo interno e con tutti…Donaci persone capaci di unire nella loro vita
l’antenna ed il campanile,
fedeli al mondo presente e fedeli alla patria promessa,
in grado di coniugare le due fedeltà
con professionalità e con amore.
Carlo Maria card. Martini
Documento presente nell’archivio digitale della Fondazione Carlo Maria Martini.