Storia Ebraica / III

Storia Ebraica di Casa San Giuseppe / parte III

I primi salvataggi

La madre fu l’ideatrice del salvataggio del proprio bambino. Disse: «Non si potrebbe farlo credere ammalato? Così la Polizia ve lo lascerebbe». Non era, però, tanto semplice. Comunque l’idea non era da scartare. Forse l’unico mezzo per evitare al piccolo un tragico viaggio in Germania era proprio quello di «costruirgli» una buona malattia. Su suggerimento del Padre, Sorella Lina e la mamma si recarono da un noto pediatra, il prof. Ambrogio Tenconi. Andarono a cercarlo nella sua abitazione di via Staurenghi. 

Mentre esse entravano, due graziose fanciulle dalle lunghe trecce, ridenti e felice, uscivano nel giardino. Sorella Lina ebbe un’ispirazione: additando le due ragazzine disse al medico: «Dottore, non vorrebbe salvare una creatura innocente come queste?», ed espose i fatti. Il professionista accolse subito la richiesta e decise quello che si doveva fare: dichiarare il piccino colpito da appendicite acuta e bisognoso di immediato intervento chirurgico. Così Gabriele – tale era il nome del bambino – veniva portato all’Ospedale di Circolo e preparato immediatamente per l’operazione… di cui non aveva necessità. La grande urgenza di realizzazione del progetto doveva risultare determinante perché poco dopo, nello spazio di minuti, arrivava una telefonata: il bambino doveva essere riconsegnato alla Polizia. Poiché questi era già «sotto i ferri» o quasi, l’ordine non poteva essere eseguito. Questa trovata, però, non era certo sufficiente a raggiungere lo scopo. Occorreva «rubare» il piccolo degente.

Entrava allora in azione un’autentica «équipe» di salvatori: suore e medico di guardia, un giovanotto (fratello di una novizia di Casa San Giuseppe, spericolato e generoso, famoso già per le sue avventure e dal nome altisonante di Napoleone), due universitari (Mario Ossola e Francesco Moneta), un professionista (l’ingegner Uccellini): «tutti guidati dall’intrepido Don Ghezzi», come ha riportato Monsignor Sonzini nel suo racconto.

Napoleone, in camice bianco, fatto precedentemente entrare in ospedale da un cancello secondario dalla suora di turno, si presentava improvvisamente all’infermiera di guardia: era sera tarda, tutto taceva in corsia. 

Il giovanotto punta deciso la rivoltella contro la malcapitata ordinandole: «Silenzio o sparo». Fu silenzio perfetto, perché la giovane svenne di colpo. Gabriele, infagottato in una coperta, venne portato fuori dall’Ospedale, deposto in un’auto che era in attesa, e condotto… nelle immediate vicinanze della famigerata Caserma Muti, in piazza Battistero, ossia in casa di un sacerdote dove rimase qualche tempo, vestito da bambina, istruito a considerarsi Gabriella e non più Gabriele – e con tanto di fiocco rosa nei capelli biondi. Infine il piccino potè essere portato a Brunate, dalla nonna. 

Le preghiere di Monsignor Sonzini erano state accolte dal Signore: anche la madre, infine, si salvava. Innanzi tutto, miracolosamente, non veniva inviata in Germania, ma destinata in Italia presso un Comando tedesco, come interprete. Il padre, riconosciuto ariano, nel frattempo era stato scarcerato. Finita la guerra, la famigliola poteva ricomporsi; e in seguito si trasferiva in Australia, dove Gabriele, scelta la professione di fotografo, apriva uno studio. Per l’amica ebrea il destino fu invece ben diverso. Ripresa dai tedeschi, venne deportata in Germania – dove morì in un campo di concentramento.

Pagina ufficiale del Servo di Dio
Carlo Angelo Sonzini

Ancelle di San Giuseppe:

Varese – Viggiù – Busto Arsizio – Guatemala

Notizie ed eventi

Iscriviti qui per ricevere la nostra newsletter periodica e restare aggiornato su tutte le attività in Italia e nel mondo.

Carlosonzini.it - Copyright MMXXII, Ancelle di San Giuseppe Lavoratore. Tutti i diritti riservati.

it_ITItalian